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La storia di Lug

Il Mercurio gallico di cui parla Cesare e del quale ci dice che nella sua epoca esistevano numerose statue (simulacra) diffuse in tutta la Gallia, non ha molto a che vedere con il Mercurio romano, e neppure con l’Ermete greco, se si eccettua da una parte il commercio, e dall’altra la strada. Cesare non ci riferisce il suo nome indigeno, ma possiamo ricostruirlo facilmente in Lugos o Lugu, nome che è servito a formare dei toponimi importanti quanto quelli di Lyon, Loudun o Leyde, che sono dei lugudunum (Fortezza di Lugu). Ed è l’irlandese Lug della Battaglia di Mag Tured. La presentazione di Lug, che è assai completa, rientra nel quadro della narrazione degli avvenimenti che si svolgono, in Irlanda, tra la prima e la seconda battaglia di Mag Tured. I Tuatha Dè Danann hanno vinto i Fir Bolg con l’aiuto dei Fomori, questi misteriosi giganti che rappresentano il Caos, vale a dire le forze non organizzate. Ma, in conseguenza dell’incapacità del loro re Nuada, che ha perso un braccio e non può più governare, i Tuatha sono caduti sotto la dipendenza dei Fomori che li sfruttano pesantemente. Ma Nuada, munito di un braccio d’argento, ridiviene re ed invita i capi Tuatha ad un banchetto. La sala del banchetto è accuratamente custodita da un portiere che non lascia entrare nessuno che non abbia un’arte originale e differente dalle arti praticate da coloro che sono all’interno. Siamo nella sfera della specializzazione ad oltranza, e non è possibile avervi un doppio impiego, dal momento che il banchetto riunisce soltanto l’èlite intellettuale, guerriera e artigiana dei Tuatha Dè Danann. E’ allora che appare un giovane guerriero di nome Samildanach (Multiforme Artigiano), “amabile e bello, con un equipaggiamento da re”. Il giovane guerriero chiede di entrare. Lo si obbliga a dichiarare il proprio nome e si apprende così che si tratta di “Lug Lonnandsclech”, figlio di Cian, figlio di Diancecht, e di Eithnè, figlia di Balor. I due nonni di Lug sono dunque rispettivamente, dal lato paterno, Dianecht, il dio-medico dei Tuatha Dè Danann, e dal lato materno, Balor, temibile guerriero gigante guercio, il cui unico occhio può fulminare chiunque quando quattro uomini gli sollevano la pesante palpebra con un gancio levigato. E Balor, che possiede un incontestabile carattere titanico e ciclopico, è uno dei capi dei capi dei Fomori. La cosa non è gratuita. Essendo ad un tempo Tuatha e Fomori, Lug partecipa di una doppia originale natura, ciò che gli darà il suo carattere eccezionale e, in ultima analisi, al di fuori di ogni classificazione. In effetti, non solo egli ha, dei Tuatha Dè Danann, la potenza organizzatrice, socializzata e spiritualizzata all’estremo, ma vi aggiunge, dei Fomori, la forza bruta, istintiva, non organizzata ma terribilmente efficace. Lug è una vera sintesi di due forze che si oppongono e combattono. E’ l’incarnazione stessa di un monismo filosofico, la constatazione personalizzata del rifiuto celtico del principio della dualità. Il giovane celtico insiste per entrare. Il portiere gli domanda:”Quale arte pratichi? Giacchè nessuno viene a Tara senza arte”. Lug risponde che è carpentiere. Il portiere gli replica che ve n’è già uno. Lug dice allora successivamente che è fabbro, campione, arpista, eroe, poeta e storico, stregone, medico, coppiere e buon artigiano. Ogni volta il portiere gli risponde che ve n’è già uno e rifiuta a Lug l’ingresso nella sala del banchetto di Tara. Allora Lug dice: “Domanda al re se egli ha un unico uomo che possiede tutte queste arti, e se ne ha uno, io non entrerò a Tara”. Il portiere va a trovare Nuada e racconta la sua conversazione con il Samildanach. Il re non può che convenire sul fatto che non vi è un solo “multiforme artigiano” al suo banchetto. Ma non è sufficiente affinché Lug possa entrare. Il re gli invia un gioco di scacchi affinché si misuri in una partita. Egli vince. Allora lo si fa entrare, ma il dio Ogmè lo sottopone ad un’altra prova. Ogmè, che ha un carattere decisamente erculeo, trascina una enorme pietra “per la quale erano necessari gli sforzi di ottanta gioghi” e lancia una sfida a Lug. Costui solleva la pietra e la getta attraverso la casa. Ma non è finita qui: Lug deve suonare l’arpa. “Il giovane guerriero, la prima notte, suonò allora per le truppe e il re un ritornello, quasi una nenia. Li fece cadere nel sonno da quell’ora fino alla stessa ora del giorno seguente. Suonò un ritornello che invitava al riso, ed essi furono tutti nella gioia e nella gaiezza. Suonò il ritornello di tristezza, cosicché tutti piansero e si lamentarono”. Lug ha così superato tutte le prove. Nuada tiene consiglio con gli altri capi dei Tuatha. "Finalmente, Samildanach andò sul seggio del re e il re rimase in piedi davanti a lui per tredici giorni”.

 

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